Paolo Bottini

MINISTERO E PROFESSIONE

DELL’ORGANISTA DI CHIESA DEL TERZO MILLENNIO

Il punto della situazione organistica e organaria italiana

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Musica per la liturgia nell’immediato domani significa esclusivamente musica rock, organi e tastiere elettronici, canti in stile holliwoodiano o gospel, percussioni etniche, danze sacre; oppure significa esclusivamente canto gregoriano, polifonia vocale a cappella, canti in volgare d’ispirazione gregoriana, organi a canne a temperamento mesotonico? Basta intransigenze, avanti invece una necessaria coesione tra gli estremisti di entrambe le “parrocchie”: la globalizzazione galoppante della nostra cultura non deve renderci ottusi nello sviluppare nuovi germogli pur rendendo ben salde le radici.

Ma una fruttuosa elaborazione teorica non può non generare un’azione determinata e concreta, quindi: res, non verba. Non possiamo continuare a disquisire astrattamente sulla musica sacra, se intanto non lavoriamo pure sul campo producendo fatti, non chiacchiere, altrimenti le nostre riflessioni risulteranno vacue, lasciando avanzare i vessilli del popolo degli estremisti.

I contenuti che vado a delineare sono sostanzialmente ancora i medesimi che un giovane organista nel 1969 - oggi consigliere onorario della nostra Associazione, illustre docente, concertista ma, soprattutto, fedelissimo organista di chiesa (parlo di Giancarlo Parodi al quale sono profondamente grato per la fiduciosa amicizia) - pronunciò al “Terzo Convegno Organistico Italiano” a Ravenna: sono rimasto atterrito constatando che in quasi quarant’anni la situazione dell’organista di chiesa, già allora piuttosto traballante, non è purtroppo migliorata!

Come premessa - ma sarà anche auspicio finale - sia personalmente come organista di chiesa, sia in qualità di segretario della Associazione Italiana Organisti di Chiesa, invoco che tutti gli organisti d’ogni ordine e grado a cui veramente stia a cuore la dignità della musica sacra, si facciano promotori di atti concreti nel proprio campo operativo a livello locale e anche a livello nazionale affinché l’organo a canne, innanzitutto, e in generale la musica e il canto sacro eseguiti con arte tornino ad essere parte integrante e necessaria della sacra liturgia e affinché la figura dell’organista di chiesa conquisti un riconoscimento innanzitutto ministeriale, poi giuridico e naturalmente economico.

Possiamo delineare, intanto, un quadro complessivo delle tipologie di organista di chiesa oggi operanti riassumibili in quattro categorie fondamentali in base al titolo di studio conseguito: professionisti, studenti e neodiplomati di Conservatorio, abilitati al servizio liturgico-musicale, dilettanti e affini. La stessa graduatoria potrebbe essere stilata in base alle competenze liturgico-teologiche eventualmente acquisite, allora al primo posto starebbero probabilmente gli abilitati al servizio liturgico-musicale.

Forse vi chiederete oggigiorno chi sia colui che è abilitato ad esercitare il servizio musicale nella liturgia... Ebbene a mio parere gli unici che potrebbero sbandierare questo titolo sono proprio i diplomati in corsi, scuole o istituti diocesani di musica sacra, i cui curricula, però, purtroppo non sempre sono all’altezza delle aspettative soprattutto per quanto concerne la preparazione musicale prettamente tecnica, anche se in realtà per un dignitoso servizio liturgico non occorre una tecnica trascendentale: basterebbe che agli allievi si insegnasse fondamentalmente l’arte di accompagnare un’assemblea che canta, poi l’arte dell’improvvisazione (che sottintende la conoscenza dell’armonia e del contrappunto) affinché l’organista sappia inserirsi simbioticamente in ciò che il rito esprime ed attualizza, ed infine - cosa a cui forse non si pensa mai - il corretto utilizzo liturgico degli innumerevoli strumenti storici. Spesso infatti - ma questo accade anche in conservatorio - mancano esercitazioni pratiche sugli organi storici che i diplomati andranno eventualmente ad utilizzare nell’ordinario servizio liturgico.

Che dire poi dell’improvvisazione? Disciplina alquanto trascurata proprio nei Conservatori negli ultimi quarant’anni, in tempi recenti sta riprendendo terreno e guadagnando molti cultori tra i professionisti i quali, non avendo affrontato seriamente il discorso durante gli studi accademici, si ritrovano magari a dover improvvisare a richiesta durante il servizio liturgico e si sentono goffi e inadeguati. Paradossalmente non è infrequente, invece, osservare con stupore un dilettante, magari anche autodidatta, preludiare con sicurezza o improvvisare le armonie di accompagnamento sopra il tema di qualsiasi canto, all’opposto un diplomato con lode rifiutarsi di armonizzare a prima vista una melodia o cedere volentieri la consolle per l’accompagnamento del canto. L’arte di “animare” il canto - termine “animazione” liturgico ormai a pieno titolo - è arte che deve possedere innanzitutto l’organista e non solo l’eventuale chironomo di turno al microfono: è l’organista che deve trovare un espediente per far partire un canto in levare, che deve suggerire il rallentando alla fine dell’ultima strofa, che abitua l’assemblea ad essere ascoltato con attenzione quando imposta un tempo durante l’esecuzione del canto deve mantenersi costante. Ove l’organista possegga queste capacità, l’eventuale voce-guida al microfono risulta quasi un’opzione. Quindi: l’organista suonando dev’essere in grado di “dirigere” la schola cantorum, la voce-guida, il salmista, il sacerdote-presidente e soprattutto l’assemblea: in una parola un vero ministro della musica il quale, ricevuta adeguata investitura liturgica, sia il responsabile primo del canto e della musica in parrocchia. Lavoro non da poco per chi volesse svolgerlo, una vera missione evangelizzatrice, e se così fosse dovremmo aspettarci come naturale conseguenza un riconoscimento economico adeguato, così come recita il numero 231 del codice di diritto canonico: «I laici che si dedicano in modo permanente o temporaneo ad un particolare servizio della Chiesa, hanno l’obbligo di acquisire un’adeguata formazione, necessaria per adempiere debitamente la loro funzione e per esercitarla consapevolmente, assiduamente e diligentemente. (...) Essi hanno diritto ad una onesta rimunerazione adeguata alla loro condizione mediante la quale possono decorosamente provvedere alle loro necessità ed a quelle della loro famiglia, rispettando anche le disposizioni del codice civile; hanno inoltre diritto che si provveda debitamente alla loro previdenza e assicurazione sociale ed alla cosiddetta assistenza sanitaria». E’ evidente che in questo «particolare servizio» rientra quello dell’organista, il quale per le molteplici e professionali competenze incarnate ha diritto ad una «onesta rimunerazione», a differenza di altri ministeri già istituiti e per i quali, sempre a norma del diritto, non è previsto alcun riconoscimento economico (lettore, accolito, diacono, salmista, cantore, commentatore). Ma è sotto gli occhi di tutti quanto poco sia stimato il ruolo prettamente ministeriale dell’organista di chiesa, poiché a causa di un insieme di fattori culturali, sociali, liturgici, musicali, tale figura non è sentita come fondamentale bensì opzionale da parte innanzitutto di un certo clero ignorante (perché “ignora”, ingenuamente o consapevolmente, il ruolo fondamentale del canto e della musica nel rito) e ottuso (perché spesso chiuso verso qualsivoglia confronto dialettico) ma poi anche dai nostri fedeli parrocchiani male-educati dal sistema scolastico di Stato riguardo la musica e il canto così da non essere in grado di cantare «inni con arte» (Salmo 46, 8) e di apprezzare l’importanza della musica organistica di qualità. Il fondamentale ruolo che ha il canto sacro, invece, ancor prima della pura musica strumentale, sottintende un vero ministero che sia canonicamente riconosciuto - proprio come lo sono lettore e accolito - e che riteniamo opportuno sia giusto il momento di sottoporre a conveniente ratifica da parte dei Vescovi i quali, come sappiamo, sono in grado di impegnare sempre i più grandi sforzi per educare i futuri sacerdoti e religiosi, nonché i laici, ad una piena e consapevole partecipazione alla Liturgia la quale è “culmine e fonte della vita cristiana”. Diversamente se gli abilitati al servizio liturgico-musicale, così come altre categorie di organisti operanti sul campo, non troveranno un riconoscimento innanzitutto ministeriale e, di conseguenza, economico, se non supportati dalla più ardente fede e da una incondizionata passione per la musica e per la liturgia, cadranno prima o poi in un fatale “mestierantismo” domenicale, essendo privi di quegli stimoli necessari a “servire” mediante un costante aggiornamento musicale e liturgico che richiede energia fisica, psichica, spirituale e, naturalmente, economica visto che lo studio presuppone voci di spesa quali corsi di perfezionamento, libri, partiture, carta da musica, compact discs, etc.

Quanto detto finora vale certamente anche per gli appartenenti alle restanti categorie sopra elencate, i quali, se non hanno conseguito un diploma diocesano, teoricamente non dovrebbero essere ammessi all’esercizio della professione-ministero di organista di chiesa, perché l’ente Conservatorio Statale di Musica non ha mai garantito un’adeguata formazione liturgico-teologica nel regolare corso di organo e composizione organistica. Solo recentemente (2001), grazie agli auspici molto lungimiranti del Presidente della Commissione Episcopale per la Liturgia Mons. Adriano Caprioli, sono stati approvati dalla CEI e sottoposti a giudizio dei direttori di Conservatorio nuovissimi curricula in organo per la liturgia e in direzione di coro per la liturgia, che hanno già dato frutti maturi solamente, a quanto mi risulti, presso i Conservatori di Bari, Matera, Bologna, Vicenza.

Veniamo, così, alla categoria studenti e neodiplomati nei Conservatori: ragazzi spesso mossi da una viscerale passione per l’organo e da un sincero amore per la liturgia, si sono visti negare le chiavi della cantoria da un clero distratto e superficiale, disonesto perché non è cristiano uso negare in alcun modo all’operaio il diritto alla merce’ sua, qualunque lavoro egli svolga a favore della comunità cui appartiene (salvo precisa volontà di svolgere gratuitamente un qualsiasi servizio), ricattatore perché sovente si richiede a questi giovani di suonare gratuitamente alle sante messe in cambio di qualche ora di pratica all’organo (nel 1991, diciannovenne, iniziai il mio servizio presso la parrocchia di Cristo Re in Cremona remunerato con £ 10.000 per ogni messa!): da ciò si evince quanto sia urgente una più severa formazione liturgica (e, di conseguenza, musicale) dei seminaristi futuri parroci, in modo che siano in grado quanto meno innanzitutto di cantare con sicura voce nella messa le parti presidenziali; c’è da dire che gli organisti, dal canto loro, salgono spesso in cantoria con una strafottenza, purtroppo, tale da combinare veri e propri danni liturgici, fossero anche virtuosi e raffinati esecutori, incrementando così la diffidenza del parroco più ben disposto.

Intanto si riscontra che sono ormai diversi gli organisti di chiesa che hanno stipulato un regolare contratto di lavoro e molto più numerosi coloro che ricevono (seppur “in nero”!) discrete mensilità. Perché allora lamentarsi? Quel che serve - e che darà la necessaria spinta all’avvio di un ulteriore miglioramento - è solamente (si fa per dire) il riconoscimento ministeriale e giuridico di cui parlavamo. Arrivati a questa conquista dovremo tener conto che sarà arduo dover dimostrare non solo ai sacerdoti ma anche a tanti laici l’effettiva bontà della retribuzione di un organista, in quanto molti rimangono addirittura scandalizzati di fronte all’assunto “organista stipendiato”: ciò la dice lunga sulla considerazione in cui è tenuto nell’immaginario collettivo il povero organista di chiesa, ovvero un semplice schiacciatasti che accompagna i soliti quattro biascicati canti suonando uno strano desueto strumento musicale il cui suono suscita immediatamente accostamenti funebri, apparizioni fantasmastiche, antri da tregenda o, all’opposto, tradizionali marce nuziali e ave marie! L’organista di chiesa, invece, dovrà farsi amare e apprezzare da una società in repentino mutamento e dimostrare che l’organo a canne è uno strumento giovane, moderno, al passo con i tempi e novello comunicatore del Vangelo in un mondo che cambia.

Questo processo dovrà essere facilitato grazie anche ad un radicale rinnovamento dell’istruzione musicale di Stato ad ogni livello. Per quanto concerne i Conservatori di Musica la soluzione ideale dovrebbe essere l’istituzione di un doppio ramo negli studi d’organo, liturgico e concertistico, così come avviene da tempo in altri paesi dell’Unione Europea: naturalmente la Laurea di Stato in “organo liturgico” o, più in generale, “musica di chiesa” dovrebbe avere - secondo opportuni accordi tra Stato e Chiesa - valore abilitante per l’esercizio della professione-ministero di organista di chiesa. Bisogna, dunque, agire urgentemente su entrambi i fronti, ecclesiastico e laico, del mondo dell’organo a canne e mentre noi stiamo qui a discorrere, le iscrizioni alle classi d’organo in Conservatorio stanno calando tanto che i docenti, ritirandosi in pensione, determinano la relativa chiusura della cattedra. Dicevo riguardo la necessità di accordi tra Stato e Chiesa: rilevo che da entrambe le parti non ci sia ancora una piena consapevolezza e un puntuale interessamento a mettere in opera azioni concrete, ossia da una parte i Direttori dei Conservatori forse non si sono ancora ben resi conto quale potenziale punto di contatto può rappresentare l’organo con la società e la cultura locale, contribuendo, a mio parere, più di qualsiasi altro strumento musicale a creare un proficuo rapporto tra Conservatorio, istituzioni locali, Chiesa locale e, soprattutto, utenza pubblica; invece la CEI, seppur molto lentamente, ha da tempo preso coscienza riguardo la gravità del problema e si accinge a valutare positivamente un accordo programmatico riguardo diritti e doveri dell’organista di chiesa, oltre ad aver già auspicato l’istituzione presso i Conservatori di regolari corsi di studio in organo liturgico, come già detto.

Il Vaticano ha da tempo istituito la propria università della musica sacra che è il “Pontificio Istituto di Musica Sacra” di Roma, la CEI invece ha fondato solo nel 1994 quello che dovrebbe essere il corrispettivo del PIMS per la Chiesa Cattolica Italiana, ma purtroppo questo corso non garantisce attualmente un veramente alto perfezionamento musicale ma solo liturgico, teologico nemmeno, quindi a mio avviso dovrebbe stabilire ben più rigidi criteri d’ammissione ed avere una durata quanto meno pari ad un regolare corso di laurea universitario invece che di tre settimane distribuite su due anni.

Anche le scuole diocesane dovrebbero regolarmente proporre diplomi abilitanti che sottintendano più severi studi musicali, in modo da incrementare sempre più il numero di persone veramente capaci di operare sul campo e quindi possano in futuro a loro volta formare altri organisti con le medesime competenze.

Veniamo ora alla categoria “professionisti” nella quale includiamo tutti i docenti d’organo nei Conservatori e negli Istituti Musicali Pareggiati i quali, essendo spesso anche concertisti più o meno impegnati, hanno ritenuto opportuno - spesso per un vero e proprio disinteresse o addirittura disprezzo per il mondo ecclesiastico - non assumere regolare impegno liturgico, da essi ritenuto (certo non del tutto a torto) un’attività poco gratificante sia economicamente, soprattutto, ma anche dal lato artistico poiché nella maggioranza dei casi per un Parroco avere in forza un professionista preparato (anche liturgicamente) o un dilettante allo sbaraglio è la medesima cosa, anzi forse il dilettante è comunque più vantaggioso in quanto, oltre all’eventuale - mai scontata, grazie a Dio - ignoranza liturgica, c’è il vantaggio che non costa nulla, se non un panettone natalizio! Da questa indifferenza sorge la mancata necessità nel docente di trasmettere competenze che per qualsiasi buon organista di chiesa dovrebbero essere essenziali, ovvero la perizia armonica e contrappuntistica, l’improvvisazione, la frequentazione non occasionale della letteratura organistica del Novecento europeo, Italia compresa.

Infine non possiamo certo fingere - come spesso magari si è tentati di fare - che esiste un’amplissima categoria di organisti cosiddetti dilettanti all’interno della quale possiamo includere in generale tutti coloro che, a prescindere dalle capacità acquisite, svolgono un più o meno regolare servizio liturgico, spesso pure retribuito (“in nero”, naturalmente) senza aver conseguito alcun titolo accademico di sorta. Dilettante, forse, nell'accezione più comune è, purtroppo, un termine spregiativo, ma io lo intenderei nel senso nobile, ovvero colui che trae il massimo “diletto” da un’attività che non è la professione esercitata: anche in questo caso il termine non racchiude in sè una maggiore o minore competenza, dipende dall'impegno che uno può riservare a questa “secondaria” attività e dalle capacità di ognuno. Qualsiasi dilettante, quindi, può raggiungere eccellenti livelli tecnici e culturali, anche se autodidatta, così come può darsi benissimo il caso di un autodidatta che è in grado solamente di accompagnare i canti suonando gli accordi a quinte parallele con la mano sinistra e la melodia con la destra, diversamente un altro che sia riuscito - dopo anni di sudore e di sacrifici certamente anche economici - ad eseguire il Preludio e Fuga re maggiore di Bach! Dobbiamo riscontrare tuttavia che spesso questi dilettanti svolgono il loro compito in maniera più adeguata alle nuove esigenze rituali che non qualsiasi diplomato a pieni voti che magari non ha mai suonato l’organo nelle celebrazioni liturgiche: dobbiamo quindi accogliere benevolmente anche la presenza di questi organofili auspicandone, naturalmente, il perfezionamento e il costante aggiornamento.

Proprio a causa dell’impopolarità di cui gode l’organista nel mondo odierno, considerato alla stregua del sacrestano o dei portantini del Papa - senza nulla togliere alla dignità di coloro che svolgono queste nobili professioni, perché, a differenza dell’organista, di professioni si tratta! - la situazione organaria è stagnante nella quasi totale assenza di spunti creativi che hanno soffocato il re degli strumenti nell’ordinario cosiddetto eclettismo (per capirci: disposizioni foniche stile Ahlborn o Viscount) oppure nella sterile copia storica o imitazione stilistica che in Italia si è orientata verso l’organo germanofono, con recentissimi addocchiamenti al romanticismo francese. Nel passato in generale la musica sacra determinava il dispiegarsi di uno stile costruttivo in ambito organario, ora la musica di chiesa non esiste coagulata in uno stile suo proprio caratteristico, di conseguenza l’organo non ha avuto più nulla da dire nella nostra cultura perché è stato relegato al semplice compito di accompagnare e sostenere il canto. Pochissimi costruttori attualmente in Italia hanno optato per una personale via, pur sapendo di non andar incontro alla richiesta di un mercato che, dati i prezzi comunque molto elevati, sta sempre più languendo, anche sotto i colpi dei sempre più perfezionati elettrofoni i quali, meraviglia del progresso tecnologico, vediamo proliferare anche in versioni “ibride” ovvero uniti a corpi di canne la cui qualità fonica è, forse, inversamente proporzionale al contenuto prezzo.

Sfatiamo poi il mito della diversità tra organo liturgico e organo da concerto: sfiderei chiunque a stilare una lista delle caratteristiche foniche delle due tipologie. Ritengo, invece, che qualsiasi strumento musicale, quasi per paradosso, possa essere adatto alla liturgia se suonato da persona competente che sappia correttamente essere tramite fra il popolo orante e il Dio orato, foss’anche un ocarinista. Invoco, anche, l’indipendenza artistica degli organari, i quali sono artefici e veri creatori, forgiatori del suono: ad essi la massima fiducia nella speranza, però, che ci offrano stimoli succulenti per fare nuova musica nella nuova liturgia.

Dobbiamo ammettere, infine, che una “laicizzazione” dell’organo, nel senso di uno spostamento del baricentro organistico un po’ più verso la sala da concerto, stimolerebbe forse una sana concorrenza, ma purtroppo le vere grandi sale da concerto in Italia sono pochissime e non disposte ad accogliere l’organo come strumento da ribalta; basti pensare ai celebri organi degli auditorium della RAI, da tempo dimenticati e tutt’al più utilizzati come pittoresche quinte in trasmissioni televisive.

Riguardo l’immenso patrimonio di antichi organi, poi, deve esserci una più precisa sinergia tra Stato e Chiesa riguardo la tutela di un bene che è artistico, storico, culturale, certamente: ma bisogna che questo manufatto venga calato sapientemente nella vita religiosa, culturale e civile dei nostri giorni, altrimenti rischieremo di avere, come succede già non infrequentemente, bei pezzi da museo la cui funzione sarà limitata a quella di una pur splendida tela: questo è possibile solamente grazie alla precisa individuazione di veramente competenti Ispettori Onorari preposti alla tutela, e, come già detto, al riconoscimento ufficiale dei nuovi “ministri della musica”, gli organisti di chiesa del terzo millennio.

Concludendo mi piace pensare che l’organista diplomato ed opportunamente formato alla rinnovata liturgia potrebbe a buon diritto tra i primi in parrocchia, se non l’unico in certi casi, ad assumere il nuovissimo ruolo - recentemente delineato dalla CEI in un convegno a Roma svoltosi nel mese di febbraio 2005 - di «animatore della comunicazione e della cultura». Cosa vogliamo farci, ormai l’organista è diventato uno che anima: e così sia! Vogliamo che sia l’organista a portare una nuova stagione culturale in seno alla Chiesa Cattolica Italiana: il Vescovo Betori (segretario generale della CEI) in occasione del suddetto convegno ha detto proprio che «occorre ridare spessore culturale all’annuncio del Vangelo». Proprio l’organista potrebbe essere un annunciatore evangelico-culturale a tutto campo: suonare a tutte le liturgie possibili ed immaginabili curando di interagire anche con le eventuali forze dilettantesche; avvicinare i fanciulli all’organo abituandoli allo stupore verso la meravigliosa macchina sonora; educare al canto - e perché no, anche al catechismo - i fanciulli e i giovani accompagnandoli ad apprezzare qualsiasi tipo di musica, non solo il repertorio canzonettistico ma nemmeno solo quello gregoriano; offrire lezioni di teoria musicale e di organo a quanti interessati; tenere concerti che siano anche momenti di meditazione strettamente legati ai tempi liturgici; proporre brevi ascolti di musica sacra in occasione della catechesi degli adulti; recensire ed eventualmente riordinare l’archivio parrocchiale; svolgere mansioni di corrispondente parrocchiale per il periodico diocesano e tante altre cose secondo le esigenze dell’Ente Ecclesiastico e secondo la propria disponibilità.

Se la Chiesa Cattolica Italiana vorrà approfittare di questa grande latente ricchezza culturale e spirituale che le si prospetta davanti, non potrà assolutamente negare il giusto compenso ai propri servitori che ne volessero usufruire, salva restando la possibilità del servizio gratuito; se invece la pastorale della musica e del canto è ancora considerata attività opzionale nella comune vita cristiana, allora non dovremo stupirci se le Autorità Ecclesiastiche preposte procrastineranno sine die la soluzione del problema. Voglio credere che, mediante la collaborazione cordiale tra tutti gli organisti e la Chiesa Cattolica Italiana, tempora bona venient!

(Cremona, febbraio 2005)

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